
Ci vuol coraggio per raccontare l’osceno. L’«osceno» in senso etimologico: quel che sta fuori dalla scena. “Perché, essenzialmente, un libro dovrebbe esistere solo se si fa malgrado il suo atuore, a dispetto suo, contro di lui, obbligandolo a toccare il punto stesso della vita dove il suo essere irrimediabilmente si sfa. Niente vale se non quella verità lì.” (p. 117)
E’ un libro che narra quello che nessuno scrittore vorrebbe mai narrare. E lo fa con la massima sincerità: “Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita.” (p. 199)
“Libri sulla morte ne escono a decine ogni mese. Niente di più comune. Il lutto obbliga a dire. (…) lo scrittore di qualità si riconosce dal fatto che, affrontando un argomento così grave, eviterà innanzitutto lo scoglio del pathos. Sordina abbassata, pianti trattenuti… I grandi dolori sono silenziosi… Così l’intensità di un’emozione si misurerà dallo spessore del bavaglio sulle labbra…” (p. 163)
“Voi però non siete nella tragedia. Siete nella vita, e sono gli altri che chiamano la vostra vita tragedia. Il disastro che vivete supera le parole. Non c’è niente da dirne. Non si può suddividere in atti e scene(…) Questo disastro ha sempre il suo gusto nauseabondo, ma trabocca anche di tenerezze, di baci. (…) Siete sull’orlo di un orrendo baratro ma ancora potete amare, sorridere, levare la testa al sole (…)“ (p. 230)
Le citazioni sono tratte dal libro di Philippe Forest, Tutti i bambini tranne uno, Alet 2005. Un libro di uno scrittore con la S maiuscola, che non avrei mai letto senza i suggerimenti di lettura per le vacanze di Marco Franzoso (che con lui dialogherà sulla letteratura emozionale a PordenoneLegge.it).
Per approfondimenti, si segnala un’intervista all’autore.